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Da sempre patrimonio storico, culturale e sociale dei popoli del Mediterraneo, l’olivo e la sua coltivazione affondano le loro origini nel mito della disputa tra Pallade Atena, figlia di Zeus, e Poseidone, dio del mare, per la supremazia sull’Attica. Il mito narra, infatti, che Zeus, indeciso su chi tra le due divinità fosse quella più meritevole di ricevere l’incarico di erigere un tempio sull’Acropoli, simbolo del potere locale, lanciò loro una sfida e si erse a giudice: quello dei due che avesse offerto agli uomini il dono più utile, sarebbe stato il vincitore. Poseidone donò agli uomini il cavallo, la cui importanza nello sviluppo della civiltà ha avuto un ruolo fondamentale; ma, a giudizio di Zeus, la vincitrice fu Atena, che fece germogliare sull’Acropoli una pianta d’olivo.
Nonostante la suggestione del mito, la coltivazione dell’olivo è ben più antica. In territorio italico, infatti, sono stati rinvenuti foglie fossili, noccioli e piccoli mortai litici per la loro frantumazione collocabili nel V millennio a.C.
Inoltre, fonti epigrafiche vicino-orientali risalenti al terzo millennio a.C. hanno permesso di individuare una varietà selvatica, l’Olea Oleaster pianta simile alla nostra Olea Sativa, usata, oltre che in ambito alimentare, anche come cosmetico, come combustibile per lampade e, in Egitto, come unguento per la mummificazione dei cadaveri.
Norme relative al commercio dell’olivo d’oliva, poi, sono attestate anche nel codice babilonese di Hammurapi (XIX-XVIII sec. a.C.).
Nel primo millennio a.C., grazie a Fenici e Greci, si diffuse il commercio dell’olio nel bacino del Mediterraneo. Da Creta si esportava il prodotto in vasi e otri di pelle di capra, i pithoi, verso l’Egitto e la Grecia. Qui si intrecciavano ramoscelli d’olivo per preparare carne ornamentali per le tombe regali.
Furono, però, i romani nel I secolo d.C. a dare un impulso fondamentale alla coltivazione dell’olivo, prima in Italia, poi in Spagna, infine lungo le coste del Nord Africa. Dalla già citata pianta selvatica Oleaster fu sviluppata la varietà denominata Olea Sativa. Cioè ‘coltivata’, e successivamente la Olea Europaea Sativa una cultivar che si adattò perfettamente al clima mediterraneo. Sotto i Romani il commercio dell’olio raggiunse una tale importanza economica che ne furono regolamentati gli scambi mediante l’utilizzo di norme in tutto paragonabili ai nostri dazi doganali.
L’intensificazione della produzione di olio d’oliva si avverte anche in letteratura: il poeta latino Plauto narra, infatti, che i mercanti d’olio si riunirono in una ‘lega’ per difendere i loro interessi, mentre gli operai dei frantoi costituivano delle ‘corporazioni’.
Il II secolo vide il tracollo del settore in parte causato dall’abbandono dei campi da parte della manodopera esperta, sostituita dagli schiavi, sia dagli effetti delle prime invasioni barbariche.
Ne seguì un lungo periodo di abbandono della coltivazione dell’olivo , che riprese vigore solo nel tardo medioevo, soprattutto in Italia centrale. Qui infatti, la famiglia Medici concesse ai comuni la facoltà di affittare ai contadini le zone collinari a prezzi molto bassi purché fossero coltivate a oliveto o vigneto. Così nacquero le fattorie-fortilizio dotate di frantoi e cantine che tutt’oggi possiamo ammirare nella campagna toscana.
Più tardi, la repubblica di Venezia stabilì una gerarchia di prezzo dell’olio in base alla sua resa e alla qualità.
Alla fine del ‘700 l’olivicoltura italica acquisì le caratteristiche di una vera e propria coltura specializzata e l’olio cominciò ad essere esportato in tutto il mondo.
Oggi la superficie olivetata Italica si estende su un milione di ettari circa per un patrimonio di un totale di 15 milioni di piante.